La storia di un uccellino

Un uccellino sbatte le ali contro le grate della sua bella gabbia dorata. Stringe le zampe contro il freddo metallo, ed urla.

Vorrebbe fuggire, scappar via, perchè tutto quello che lo circonda  è solo pura apparenza.

La gente gli gironzola attorno e non sa far altro che dire- ” Ma di cosa si lamenterà mai questo uccelino? Ha una bella dimora e del cibo. Dovrebbe ringraziare di non ritrovarsi all’aperto, di morir di fare. Che ingrato!”

E’ questo che il poveretto sente ripetersi ogni giorno, se non anche cose ben peggiori, e nonostante quelle parole lo affliggano e lo feriscano, non si perde d’animo. Ogni mattina butta per terra il cibo che gli viene dato, ignora l’acqua, e gratta via la vernice dorata dalla bella gabbia.

Urla. Continua ad urlare, perchè quella non è la sua casa. Non è la sua famiglia. Dio solo sa dove si trovano ora i suoi amici, il suo gruppo.

Dovrei ringraziare.-Si ripete l’uccellino.-Per cosa dovrei dir grazie? Per una “Madre” che mi ha preso e buttato in questa cella, in questa galera che si ostina a chiamare casa.

Dovrei ringraziare il cibo che mi  viene lanciato e poi rinfacciato dalla donna che mi costringere a reprimere i miei istinti. Mi tappa la bocca, quando mi ribello, mi lega le zampe. Questa non è vita. Questa non può essere definita casa o famiglia.

Tutto quello di cui ho bisogno è lì, dietro quel muro, dietro quella lastra di vetro, che tengono accuratamente chiusa e che mi ostino a reclamare.

Ogni giorno che passa, vengo consumato dalle parole, dagli atteggiamenti di astio e di rimprovero, solo perchè ho un ‘anima, solo perchè voglio essere me stesso. Voglio essere libero, voglio decidere io della mia vita e non essere imprigionato dalle scelte degli altri.

Capitemi. Capite la mia enorme sofferenza. Qui dentro non respiro, sto cambiando, perdo piume e il colore del mio manto non brilla più.

Mi sto imbruttendo, sia nel cuore che nell’anima.

Il destino, la casualità, non so cosa sia stato, ma mi ha condotto qui, a soffrire,  e confido che ci sia una buona ragione se ciò sia successo. Ma sono talmente stanco, talmente cosumato, che giorno dopo giorno, il mio urlare si assopisce, la mia voglia di sbattere le ali, mordere e scuotere le sbarre della mia prigione, mi abbandona.

Povero me. La vita è così crudele a volte.

Ancora l’uccellino urla di dolore. Il cuore è straziato dal pensiero che lo ha appena attraversato. Sbatte ancora una volta le ali contro le sbarre, fino a quando il buio non lo pervade. Di nuovo, gli hanno accecato la vista con una stuoia.- ” Così la smette quella bestiaccia di cantare.”

Non sto cantanto! Sto urlando! Come fate a non capirlo?

SBAM! Un colpo scuote la gabbia.

Non gli rimane che mettersi in un angolo, piegare la testa, accomodarla su se stesso, ed assopirsi, sognando di volare libero, in cieli azzurri e prati colorati con i suoi compagni al suo fianco.

 

 

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